Dopo la riflessione sulle rivoluzioni, continua la riflessione sulla fenomenologia dei regimi democratici moderni, proponendovi nuovamente una riflessione liberamente tratta dall’ultimo Le Monde diplomatique.
Ai nostri giorni la democrazia è sovente presentata, senza suscitare particolari proteste, come la ricerca del consenso. Il sistema politico detto «moderno» teorizza la cosa sotto il nome di «democrazia placata». Così questa percezione onirica della politica cancella le vere distinzioni nello stesso tempo in cui condanna i movimenti sociali. Ma se le contraddizioni che attraversano il corpo sociale non possono esprimersi nel quadro istituzionale e neppure nelle strade, dov’è lo spazio di espressione necessario alla vita democratica?
La democrazia non è un metodo per esprimere un consenso, ma per risolvere i dissensi.
Già con la caduta del muro di Berlino, ci si è applicati a legittimare il capitalismo vincitore come il solo sistema possibile: e in assenza di reale opposizione il principio democratico ha perso gran parte del suo senso profondo. Ed è pur vero che con l’attuale crisi incita numerosi cittadini a considerare quella per la democrazia come una lotta secondaria. Come è vero anche che il suo sviamento da parte delle istituzioni e dei partiti spinge ben poco a difenderla.
Si tratta così di uno straordinario arretramento: i termini «popolo», «sovranità»,«cittadinanza»,«repubblica», che definivano la democrazia, sono stati sottoposti a un martellamento intensivo che ha fatto perdere loro il significato e li ha rivestiti di definizioni peggiorative: il termine «popolo» diviene populista, la parola «nazione» nazionalista, e così di seguito.
Ma che cosa sarebbe la sovranità? Secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (articolo 21) è il fondamento dell’autorità dei poteri pubblici. La qual cosa sembrerebbe essere semplice nel suo principio. Tuttavia venne da pensare quando Romano Prodi, allora presidente della Commissione di Bruxelles, nel luglio 2001 dichiarò che «l’Europa non è amministrata soltanto dalle autorità europee, ma anche dalle autorità nazionali, regionali e locali, come pure dalla società civile»
Dove si esercita allora la sovranità popolare? Che cos’è la legittimità della famosa società civile, che ricopre pudicamente l’influenza delle lobbies? In questa mescolanza di generi, come possono manifestarsi le vere correnti che attraversano la società?
Le lotte sociali non possono trovare altro se non una legittimità molto ristretta, in questa scena composita nella quale il popolo non è più altro che una lobby fra le altre. Non bisogna quindi stupirsi nel vedere il Parlamento francese ratificare il Trattato di Lisbona, gemello del trattato costituzionale respinto dagli elettori il 29 maggio 2005.
In un simile contesto, la lotta non può più trovare una qualsiasi traduzione politica. D’altronde è ciò che cinicamente esprimeva lo stesso trattato costituzionale, proponendo la nuova creazione di un diritto di supplica pudicamente battezzato «diritto di petizione».
La democrazia non è mai stata perfetta. Ma era, come si esprimeva Jaurès, «l’ambiente nel quale si muovono le classi», che si rivelavano così «una forza moderatrice nel grande conflitto sociale». Gli attacchi portati contro i suoi fondamenti permettono oggi sempre meno l’impiego di questa espressione politica. L’individuo si vede negare al tempo stesso la sua libertà individuale e l’interesse delle sue lotte. Così ha potuto svilupparsi un conformismo che, mentre nega l’importanza del dibattito democratico, campo d’affermazione delle lotte sociali, rinvia la soluzione dei conflitti all’espressione di un elemento trascendente: le pretese leggi dell’economia.